li
d'Agamennón che sé medesmo or vanta
dell'esercito tutto il più possente.
Allor fe' core il buon profeta, e disse:
né d'obblïati sacrifici il Dio
né di voti si duol, ma dell'oltraggio
che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,
che francargli la figlia ed accettarne
il riscatto negò. La colpa è questa
onde cotante ne diè strette, ed altre
l'arcier divino ne darà; né pria
ritrarrà dal castigo la man grave,
che si rimandi la fatal donzella
non redenta né compra al padre amato,
e si spedisca un'ecatombe a Crisa.
Così forse avverrà che il Dio si plachi.
Tacque, e s'assise. Allor l'Atride eroe
il re supremo Agamennón levossi
corruccioso. Offuscavagli la grande
ira il cor gonfio, e come bragia rossi
fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima
squadrò torvo Calcante, indi proruppe:
Profeta di sciagure, unqua un accento
non uscì di tua bocca a me gradito.
Al maligno tuo cor sempre fu dolce
predir disastri, e d'onor vote e nude
son l'opre tue del par che le parole.
E fra gli Argivi profetando or cianci
che delle frecce sue Febo gl'impiaga,
sol perch'io ricusai della fanciulla
Crisëide il riscatto. Ed io bramava
certo tenerla in signoria, tal sendo
che a Clitennestra pur, da me condutta
vergine sposa, io la prepongo, a cui
di persona costei punto non cede,
né di care sembianze, né d'ingegno
ne' bei lavori di Minerva istrutto.
Ma libera sia pur, se questo è il meglio;
ché la salvezza io cerco, e non la morte
del popol mio. Ma voi mi preparate
tosto il compenso, ché de' Greci io solo
restarmi senza guiderdon non deggio;
ed ingiusto ciò fôra, or che una tanta
preda, il vedete, dalle man mi fugge.
O d'avarizia al par che di grandezza
famoso Atride, gli rispose Achille,
qual premio ti daranno, e per che modo
i magnanimi Achei? Che molta in serbo
vi sia ricchezza non partita, ignoro:
delle vinte città tutte divise
ne fur le spoglie, né diritto or torna
a nuove parti congregarle in una.
Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
ché più larga n'avrai tre volte e quattro
ricompensa da noi, se Giove un giorno
l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque
ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo
né gabbo tu mi fai, divino Achille,
né persuaso al tuo voler mi rechi.
Dunque terrai tu la tua preda, ed io
della mia privo rimarrommi? E imponi
che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti
concedanmi gli Achivi altra captiva
che questa adegui e al mio desir risponda.
Se non daranla, rapirolla io stesso,
sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,
o ben anco la tua: e quegli indarno
fremerà d'ira alle cui tende io vegna.
Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti
rematori fornita or si sospinga
nel pelago una nave, e vi s'imbarchi
coll'ecatombe la rosata guancia
della figlia di Crise, e ne sia duce
alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo,
o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
tremendissimo Achille, onde di tanto
sacrificante il grato ministero
il Dio ne plachi che da lunge impiaga.
Lo guatò bieco Achille, e gli rispose:
Anima invereconda, anima avara,
chi fia tra i figli degli Achei sì vile
o del fratello; e l'uccisor, pagata
del suo fallo la pena, in una stessa
città dimora col placato offeso.
Ma inesorata ed indomata è l'ira
che a te pose nel petto un dio nemico;
per chi? per una donzelletta! e sette
noi te n'offriamo a maraviglia belle,
e molt'altre più cose. Or via, rivesti
cor benigno una volta. Abbi rispetto
ai santi dritti dell'ospizio almeno,
ch'ospiti tuoi noi siamo, e dal consesso
degli Achei ne venimmo, a te fra tutti
i più cari ed amici. - Illustre figlio
di Telamone, gli rispose Achille,
ottimo io sento il tuo parlar; ma l'ira
mi rigonfia qualor penso a colui
che in mezzo degli Achei mi vilipese
come un vil vagabondo. Andate, e netta
la risposta ridite. Alcun pensiero
non tenterammi di pugnar, se prima
il Prïamìde bellicoso Ettorre
fino al quartier de' Mirmidoni il foco
e la strage non porti. Ov'egli ardisca
assalir questa tenda e questa nave,
saprò la furia rintuzzarne, io spero.
Sì disse; e quegli, alzato il nappo e fatta
la libagion, partîrsi; e taciturno
li precedeva di Laerte il figlio.
A' suoi sergenti intanto ed all'ancelle
Patroclo impone d'apprestar veloci
soffice letto al buon Fenice; e pronte
quelle obbedendo steser d'agnelline
pelli uno strato, vi spiegâr di sopra
di finissimo lino una sottile
candida tela, e su la tela un'ampia
purpurea coltre; e qui ravvolto il vecchio
aspettando l'aurora si riposa.
Nel chiuso fondo della tenda ei pure
ritirossi il Pelìde, ed al suo fianco
lesbia fanciulla di Forbante figlia
si corcò la gentil Dïomedea.
Dormì Patròclo in altra parte, e a lato
Ifi gli giacque, un'elegante schiava
che il Pelìde donògli il dì che l'alta
Sciro egli prese d'Enïeo cittade.
Giunti i legati al padiglion d'Atride,
sursero tutti e con aurate tazze
e affollate dimande i prenci achivi
gli accolsero. Primiero interrogolli
il re de' forti Agamennón: Preclaro
della Grecia splendor, inclito Ulisse,
parla: vuol egli dalle fiamme ostili
servar l'armata? o d'ira ancor ripieno
il cor superbo, di venir ricusa?
Glorïoso signor, rispose il saggio
di Laerte figliuol, non che gli sdegni
ammorzar, li raccende egli più sempre,
e te dispregia e i tuoi presenti, e dice
che del come salvar le navi e il campo
co' duci achivi ti consulti. Aggiunse
poi la minaccia, che il novello sole
varar vedrallo le sue navi; e gli altri
a rimbarcarsi esorta, ché dell'alto
Ilio l'occaso non vedrem, dic'egli,
giammai: la mano del Tonante il copre,
e rincorârsi i Teucri. Ecco i suoi sensi,
che questi a me consorti, il grande Aiace
e i saggi araldi confermar ti ponno.
Il vegliardo Fenice è là rimasto
per suo cenno a dormir, onde dimani
seguitarlo, se il vuole, al patrio lido:
non farà forza al suo voler, se il niega.
D'alto stupor percossi alla feroce
risposta, tutti ammutoliro i duci,
e lunga pezza taciturni e mesti
si restâr. Finalmente in questi detti
proruppe il fiero Dïomede: Eccelso
sire de' prodi, glorïoso Atride,
non avessi tu mai né supplicato
né fatta offerta di cotanti doni
all'altero Pelìde. Era superbo
egli già per se stesso; or tu n'hai fatto
montar l'orgoglio più d'assai. Ma vada,
o rimanga, di lui non più parole.
Lasciam che il proprio genio, o qualche iddio
lo ridesti alla pugna. Or secondiamo
tutti il mio dir. Di cibo e di lïeo,
fonte d'ogni vigor, vi ristorate,
e nel sonno immergete ogni pensiero.
Tosto che schiuda del mattin le porte
il roseo dito della bella Aurora,
metti in punto, o gran re, fanti e cavalli
nanzi alle navi, e a ben pugnar gl'istiga,
e combatti tu stesso alla lor testa.
Disse, e tutti applaudîr lodando a cielo
l'alto parlar di Dïomede i regi;
e fatti i libamenti, alla sua tenda
s'incamminò ciascuno. Ivi le stanche
membra accolser del sonno il dolce dono.

insanguinato, smisurato e vivo,
ancor guizzante, e ancor pronto all'offese;
sì che volto a colei che lo ghermìa,
lubrico le vibrò tra il petto e il collo
una ferita. Allor la volatrice,
aperta l'ugna per dolor, lasciollo
cader dall'alto fra le turbe, e forte
stridendo sparve per le vie de' venti.
Visto in terra giacente il maculato
serpe, prodigio dell'Egìoco Giove,
inorridiro i Teucri, e fatto avanti
all'intrepido Ettòr Polidamante
sì prese a dir: Tu sempre, ancorché io porti
ottimi avvisi in parlamento, o duce,
hai pronta contro me qualche rampogna,
né pensi che non lice a cittadino
né in assemblea tradir né in mezzo all'armi
la verità, servendo all'augumento
di tua possanza. Dirò franco adunque
ciò che il meglio or mi sembra. Non si vada
coll'armi ad assalir le navi achee.
Il certo evento che n'attende è scritto
nell'augurio comparso alla sinistra
dell'esercito nostro, appunto in quella
che si volea travalicar la fossa,
dico il volo dell'aquila portante
nell'ugna un drago sanguinoso, immane
e vivo ancor. Com'ella cader tosto
lasciò la preda, pria che al caro nido
giungesse, e pasto la recasse a' suoi
dolci nati; così, quando n'accada
pur de' Greci atterrar le porte e il muro
e farne strage, non pensar per questo
di ritornarne con onor; ché indietro
molti Troiani lasceremo ancisi
dall'argolico ferro, combattente
per la tutela delle navi. Ognuno,
che ben la lingua de' prodigi intenda
e da' profani riverenza ottegna,
questo verace interpretar farìa.
Lo guatò bieco Ettorre, e gli rispose:
Polidamante, il tuo parlar non viemmi
grato all'orecchio, e una miglior sentenza
or dal tuo labbro m'attendea. Se parli
persuaso e davvero, io ti fo certo
che l'ira degli Dei ti tolse il senno,
poiché m'esorti ad obblïar di Giove
le giurate promesse, e all'ale erranti
degli augelli obbedir; de' quai non curo,
se volino alla dritta ove il Sol nasce,
o alla sinistra dove muor. Ben calmi
del gran Giove seguir l'alto consiglio,
ch'ei de' mortali e degli Eterni è il sommo
imperadore. Augurio ottimo e solo
è il pugnar per la patria. Perché tremi
tu dei perigli della pugna? Ov'anco
cadiam noi tutti tra le navi ancisi,
temer di morte tu non dei, ché cuore
tu non hai d'aspettar l'urto nemico,
né di pugnar. Se poi ti rimanendo
lontano dal conflitto, esorterai
con codarde parole altri a seguire
la tua viltà, per dio! che tu percosso
da questa lancia perderai la vita.
Si spinse avanti così detto, e gli altri
con alte grida lo seguiéno. Allora
il Folgorante dall'idèa montagna
un turbine destò, che drittamente
verso le navi sospingea la polve,
e agli Achivi rapìa gli occhi e l'ardire,
ad Ettorre il crescendo ed a' Troiani
che nel prodigio e nelle proprie forze
confidati assalîr l'alta muraglia
per diroccarla. E già divelti i merli
delle torri cadean, già le bertesche
si sfasciano, e le leve alto sollevano
gli sporgenti pilastri, eccelso e primo
fondamento alle torri. Intorno a questi
travagliansi i Troiani, ampia sperando
aprir la breccia. Né perciò d'un passo
s'arretrano gli Achei, ma di taurine
targhe schermo facendo alle bastite,
ferìan da quelle chi venìa di sotto.
Animosi dall'una all'altra torre
l'acheo valor svegliando ambo frattanto
scorrean gli Aiaci, e con parole or dure
or blande rampognando i neghittosi,
O compagni, dicean, quanti qui siamo
primi, secondi ed infimi (ché tutti
non siamo eguali nel pugnar, ma tutti
necessari), or gli è tempo, e lo vedete,
d'oprar le mani. Non vi sia chi pieghi
dunque alle navi per timor di vana
minaccia ostil, ma procedete avanti,
e l'un l'altro incoratevi, e mertate
che l'Olimpio Tonante vi conceda
di risospinger l'inimico, e rotto
inseguirlo fin dentro alle sue mura.
Sì sgridando, animâr l'acheo certame.
Come cadono spessi ai dì vernali
se troiano od acheo, mal tu sapresti
discernere, sì fervido ei trascorre
il campo tutto; simile alla piena
di tumido torrente che cresciuto
dalle piogge di Giove, ed improvviso
precipitando i saldi ponti abbatte
debil freno alle fiere onde, e de' verdi
campi i ripari rovesciando, ingoia
con fragor le speranze e le fatiche
de' gagliardi coloni: a questa guisa
sgominava il Tidìde e dissipava
le caterve de' Troi, che sostenerne
non potean, benché molti, la ruina.
Come Pandaro il vide sì furente
scorrere il campo, e tutte a sé dinanzi
scompigliar le falangi, alla sua mira
curvò subito l'arco, e l'irruente
eroe percosse alla diritta spalla.
Entrò pel cavo dell'usbergo il crudo
strale, e forollo, e il sanguinò. Coraggio,
forte allora gridò l'inclito figlio
di Licaon, magnanimi Troiani,
stimolate i cavalli, ritornate
alla pugna. Ferito è degli Achei
il più forte guerrier, né credo ei possa
a lungo tollerar l'acerbo colpo,
se vano feritor non mi sospinse
qua dalla Licia il re dell'arco Apollo.
Così gridava il vantator. Ma domo
non restò da quel colpo Dïomede,
che ritraendo il passo, e de' cavalli
coprendosi e del cocchio, al suo fedele
Capaneìde si rivolse, e disse:
Corri, Stènelo mio, scendi dal carro,
e dall'omero tosto mi divelli
questo acerbo quadrel. - Diè un salto a terra
Stènelo e corse, e l'aspro stral gli svelse
dall'omero trafitto. Per la maglia
dell'usbergo spicciava il caldo sangue,
e imperturbato sì l'eroe pregava:
Invitta figlia dell'Egìoco Giove,
se nelle ardenti pugne unqua a me fosti
del tuo favor cortese e al mio gran padre,
odimi, o Dea Minerva, ed or di nuovo
m'assisti, e al tiro della lancia mia
manda il mio feritor: dammi ch'io spegna
questo ventoso nebulon che grida
ch'io del Sol non vedrò più l'aurea luce.
Udì la Diva il prego, e a lui repente
e mani e piedi e tutta la persona
agile rese, e fattasi vicina
e manifesta disse: Ti rinfranca
Dïomede, e co' Troi pugna securo;
ch'io del tuo grande genitor Tidèo
l'invitta gagliardìa ti pongo in petto,
e la nube dagli occhi ecco ti sgombro
che la vista mortal t'appanna e grava,
onde tu ben discerna le divine
e l'umane sembianze. Ove alcun Dio
qui ti venga a tentar, tu con gli Eterni
non cimentarti, no; ma se in conflitto
vien la figlia di Giove Citerea,
l'acuto ferro adopra, e la ferisci.
Sparve, ciò detto, la cerulea Diva.
Allor diè volta e si mischiò tra' primi
combattenti il Tidìde, a pugnar pronto
più che prima d'assai; ché in quel momento
triplice in petto si sentì la forza.
Come lïon che, mentre il gregge assalta,
ferito dal pastor, ma non ucciso,
vie più s'infuria, e superando tutte
resistenze si slancia entro l'ovile:
derelitte, tremanti ed affollate
l'una addosso dell'altra si riversano
le pecorelle, ed ei vi salta in mezzo
con ingordo furor: tal dentro ai Teucri
diede il forte Tidìde. A prima giunta
Astìnoo uccise ed Ipenòr: trafisse
l'uno coll'asta alla mammella; all'altro
la paletta dell'omero percosse
con tale un colpo della grande spada,
che gli spiccò dal collo e dalla schiena
l'omero netto. Dopo questi addosso
ad Abante si spicca e a Poliido,
figli del veglio interprete di sogni
Euridamante; ma il meschin non seppe
nella lor dipartenza a questa volta
divinarne il destin, ch'ambi il Tidìde
li pose a morte e li spogliò. Drizzossi
quindi a Xanto e Faon figli a Fenopo,
ambo a lui nati nell'età canuta.
In amara vecchiezza il derelitto
genitor si struggea, ché d'altra prole,
cui sua reda lasciar, lieto non era.
Gli spense ambo il Tidìde, e lor togliendo
la cara vita, in aspre cure e in pianti
pose il misero padre, a cui negato
fu il vederli tornar dalla battaglia
salvi al suo seno; e di lui morto in lutto
ignoti eredi si partîr l'avere.
e portante il terror ne' petti argivi.
Come il vide vicin fe' lieto il core
Sarpedonte, e con voce lamentosa:
Generoso Prïamide, dicea,
non lasciarmi giacer preda al nemico:
mi soccorri, e la vita m'abbandoni
nella vostra città, poiché m'è tolto
il tornarmi al natìo dolce terreno,
e d'allegrezza spargere la mia
diletta moglie e il pargoletto figlio.
Non rispose l'eroe; ma desïoso
di vendicarlo e ricacciar gli Achivi
colla strage di molti, oltre si spinse.
In questo mezzo la pietosa cura
de' compagni adagiò sotto un bel faggio
a Giove sacro Sarpedonte, e il telo
dalla piaga gli svelse il valoroso
diletto amico Pelagon. Nell'opra
svenne il ferito, e s'annebbiò la vista;
ma l'aura boreal, che fresca intorno
ventavagli, tornò ne' primi uffici
della vita gli spirti; e nell'anelo
petto affannoso ricreògli il core.
Da Marte intanto e dall'ardente Ettorre
assaliti gli Achei né paurosi
verso le navi si fuggìan, né arditi
farsi innanzi sapean. Ma quando il grido
corse tra lor che Marte era co' Teucri,
indietro si piegâr sempre cedendo.
Or chi prima, chi poi fu l'abbattuto
dal ferreo Marte e dall'audace Ettorre?
Teutrante che sembianza avea d'un Dio,
l'agitatore di cavalli Oreste,
il vibrator di lancia Etolio Treco,
e l'Enopide Elèno, ed Enomào,
e d'armi adorno di color diverso
Oresbio che a far d'oro alte conserve
posto il pensier, tenea suo seggio in Ila
appo il lago Cefisio ov'altri assai
opulenti Beozi avean soggiorno.
Tale e tanta d'Achivi occisïone
Giuno mirando, a Pallade si volse,
e con preste parole: Ohimè! le disse,
invitta figlia dell'Egìoco Giove,
se libera lasciam dell'omicida
Marte la furia, indarno a Menelao
noi promettemmo dell'iliache torri
la caduta, e felice il suo ritorno.
Or via, scendiamo, e di valor noi pure
facciam prova laggiù. Disse, e Minerva
tenne l'invito. Allor la veneranda
Saturnia Giuno ad allestir veloce
corse i d'oro bardati almi destrieri.
Immantinente al cocchio Ebe le curve
ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna
d'otto raggi di bronzo, e si rivolve
sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto
d'incorruttibil oro, ma di bronzo
le salde lame de' lor cerchi estremi.
Maraviglia a veder! Son puro argento
i rotondi lor mozzi, e vergolate
d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie
con ambedue dell'orbe i semicerchi,
a cui sospese consegnar le guide.
Si dispicca da questo e scorre avanti
pur d'argento il timone, in cima a cui
Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre
pettiere; e queste parimenti e quello
d'auro sono contesti. Desïosa
Giuno di zuffe e del rumor di guerra,
gli alipedi veloci al giogo adduce.
Né Minerva s'indugia. Ella diffuso
il suo peplo immortal sul pavimento
delle sale paterne, effigïato
peplo, stupendo di sua man lavoro,
e vestita di Giove la corazza,
di tutto punto al lagrimoso ballo
armasi. Intorno agli omeri divini
pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,
che il Terror d'ogn'intorno incoronava.
Ivi era la Contesa, ivi la Forza,
ivi l'atroce Inseguimento, e il diro
Gorgonio capo, orribile prodigio
dell'Egìoco signore. Indi alla fronte
l'aurea celata impone irta di quattro
eccelsi coni, a ricoprir bastante
eserciti e città. Tale la Diva
monta il fulgido cocchio, e l'asta impugna
pesante, immensa, poderosa, ond'ella
intere degli eroi le squadre atterra
irata figlia di potente iddio.
Giuno, al governo delle briglie, affretta
col flagello i corsieri. Cigolando
per sé stesse s'aprîr l'eteree porte
custodite dall'Ore a cui commessa
del gran cielo è la cura e dell'Olimpo,
onde serrare e disserrar la densa
nube che asconde degli Dei la sede.
Per queste porte dirizzâr le Dive
i docili cavalli, e ritrovaro
dai teucri duci esplorator spedito
del nostro campo. - Così detto, spinse
giubilando oltre il fosso i corridori,
e festeggianti lo seguîr gli Achivi.
Giunto al suo regio padigion, legolli
con salda briglia alle medesme greppie
ove dolci pascen biade i corsieri
Dïomedèi. Ulisse all'alta poppa
le spoglie di Dolon sospende, e a Palla
prepararsi comanda un sacrificio.
Tersero quindi entrambi alla marina
l'abbondante sudor, gambe lavando
e collo e fianchi. Riforbito il corpo
e ricreato il cor, si ripurgaro
nei nitidi lavacri. Indi odorosi
di pingue oliva si sedeano a mensa
pieni i nappi votando, ed a Minerva
libando di Lïèo l'almo licore.

Libro Undecimo
Dal croceo letto di Titon l'Aurora
sorgea, la terra illuminando e il cielo,
e vêr le navi achee Giove spedìa
la Discordia feral. Scotea di guerra
l'orrida insegna nella man la Dira,
e tal d'Ulisse s'arrestò su l'alta
capitana che posta era nel mezzo,
donde intorno mandar potea la voce
fin d'Aiace e d'Achille al padiglione,
che nella forza e nel gran cor securi
sottratte ai lati estremi avean le prore.
Qui ferma d'un acuto orrendo grido
empì l'achive orecchie, e tal ne' petti
un vigor suscitò, tale un desìo
di pugnar, d'azzuffarsi e di ferire,
che sonava nel cor dolce la guerra
più che il ritorno al caro patrio lido.
Alza Atride la voce, e a tutti impone
di porsi in tutto punto; e d'armi ei pure
folgoranti si veste. E pria circonda
di calzari le gambe ornati e stretti
d'argentee fibbie. Una lorica al petto
quindi si pon che Cinira gli avea
un dì mandata in ospital presente.
Perocché quando strepitosa in Cipro
corse la fama che l'achiva armata
verso Troia spiegar dovea le vele,
gratificar di quell'usbergo ei volle
l'amico Agamennón. Di bruno acciaro
dieci strisce il cingean, dodici d'oro,
venti di stagno. Lubrici sul collo
stendon le spire tre cerulei draghi
simiglianti alle pinte iri che Giove
suol nelle nubi colorar, portento
ai parlanti mortali. Indi la spada
agli omeri sospende rilucente
d'aurate bolle, e la vestìa d'argento
larga vagina col pendaglio d'oro.
Poi lo scudo imbracciò che vario e bello
e di facil maneggio tutto cuopre
il combattente. Ha dieci fasce intorno
di bronzo, e venti di forbito stagno
candidissimi colmi, e un altro in mezzo
di bruno acciar. Su questo era scolpita
terribile gli sguardi la Gorgone
col Terrore da lato e con la Fuga,
rilievo orrendo. Dallo scudo poscia
una gran lassa dipendea d'argento,
lungo la quale azzurro e sinuoso
serpe un drago a tre teste, che ritorte
d'una sola cervice eran germoglio.
Quindi al capo diè l'elmo adorno tutto
di lucenti chiavelli, irto di quattro
coni e d'equine setole con una
superba cresta che di sopra ondeggia
terribilmente. Alfin due lance impugna
massicce, acute, le cui ferree punte
mettean baleni di lontano. Intanto
Giuno e Palla onorando il grande Atride
dier di sua mossa con fragore il segno.
All'auriga ciascuno allor comanda
che parati in bell'ordine sostegna
alla fossa i destrier, mentre a gran passi
chiuse nell'armi le pedestri schiere
procedono al nemico. Ancor non vedi
spuntar l'aurora, e d'ogni parte immenso
romor già senti. Come tutto giunse
l'esercito alla fossa, immantinente
fur cavalli e pedoni in ordinanza,
questi primieri e quei secondi. Intanto
Giove dall'alto romoreggia, e piove
di sangue una rugiada, annunziatrice
delle molte che all'Orco in quel conflitto
anime generose avrìa sospinto.
D'altra parte i Troiani in su l'altezza
si schierano del poggio. In mezzo a loro
s'affaccendano i duci; il grande Ettorre,
d'Anchise il figlio che venìa qual nume
da' Troiani onorato, il giusto e pio
Polidamante, e i tre antenòrei figli,
l'onor del prode, e una medesma tomba
l'infingardo riceve e l'operoso.
Ed io che tanto travagliai, che a tanti
rischi di Marte la mia vita esposi,
che guadagni, per dio, che guiderdone
su gli altri ottenni? In vero il meschinello
augel son io, che d'esca i suoi provvede
piccioli implumi, e sé medesmo obblìa.
Quante, senza dar sonno alle palpèbre,
trascorse notti! quanti giorni avvolto
in sanguinose pugne ho combattuto
per le ree mogli di costor! Conquisi
guerreggiando sul mar dodici altere
cittadi; ne conquisi undici a piede
dintorno ai campi d'Ilïon; da tutte
molte asportai pregiate spoglie, e tutte
all'Atride le cessi, a lui che inerte
rimasto indietro, nell'avare navi
le ricevea superbo, e dividendo
altrui lo peggio riserbossi il meglio;
o s'alcun dono agli altri duci ei fenne,
nol si ritolse almeno. Io sol del mio
premio fui spoglio, io solo; egli la donna
del mio cor si ritiene, e ne gioisce.
A che mai questa degli Achei co' Teucri
cotanta guerra? a che raccolse Atride
qui tant'armi? Non forse per la bella
Elena? Ma l'amor delle consorti
tocca egli forse il cor de' soli Atridi?
Ogni buono, ogni saggio ama la sua,
e tienla in pregio, siccom'io costei
carissima al mio cor, quantunque ancella.
Or ch'egli dalle man la mi rapìo
con fatto iniquo, di piegar non tenti
me da sue frodi ammaestrato assai.
Teco, Ulisse, e co' suoi re tanti ei dunque
consulti il modo di sottrar l'armata
alle fiamme nemiche. E quale ha d'uopo
ei del mio braccio? Senza me già fece
di gran cose. Innalzato ha un alto muro,
lungo il muro ha scavato un largo e cupo
fosso, e nel fosso un gran palizzo infisse.
Mirabil opra! che dal fiero Ettorre
nol fa sicuro ancor, da quell'Ettorre
che, mentre io parvi fra gli Achei, scostarsi
non ardìa dalle mura, o non giugnea
che sino al faggio delle porte Scee.
Sola una volta ei là m'attese, e a stento
poté sottrarsi all'asta mia. Ma nullo
più conflitto vogl'io con quel guerriero,
nullo: e offerti dimani al sommo Giove
e agli altri numi i sacrifici, e tratte
tutte nel mare le mie carche navi,
sì, dimani vedrai, se te ne cale,
coll'aurora spiegar sull'Ellesponto
i miei legni le vele, ed esultanti
tutte di lieti remator le sponde.
Se di prospero corso il buon Nettunno
cortese mi sarà, la terza luce
di Ftia porrammi su la dolce riva.
Ivi molta lasciai propria ricchezza
qua venendo in mal punto, ivi molt'altra
ne reco in oro, e in fulvo rame, e in terso
splendido ferro e in eleganti donne,
tutto tesoro a me sortito. Il solo
premio ne manca che mi diè l'Atride,
e re villano mel ritolse ei poscia.
Torna dunque all'ingrato, e gli riporta
tutto che dico, e a tutti in faccia, ond'anco
negli altri Achei si svegli una giust'ira
e un avvisato diffidar dell'arti
di quel franco impudente, che pur tale
non ardirebbe di mirarmi in fronte.
Digli che a parte non verrò giammai
né di fatto con lui né di consiglio;
che mi deluse; che mi fece oltraggio;
che gli basti l'aver tanto potuto
sola una volta, e che mal fonda in vane
ciance la speme d'un secondo inganno.
Digli che senza più turbarmi corra
alla ruina a cui l'incalza Giove
che di senno il privò: digli che abborro
suoi doni, e spregio come vil mancipio
il donator. Né s'egli e dieci e venti
volte gli addoppii, né se tutto ei m'offra
ciò ch'or possiede, e ciò ch'un dì venirgli
potrìa d'altronde, e quante entran ricchezze
in Orcomèno e nell'egizia Tebe
per le cento sue porte e li dugento
aurighi co' lor carri a ciascheduna;
mi fosse ei largo di tant'oro alfine
quanto di sabbia e polve si calpesta,
né così pur si speri Agamennóne
la mia mente inchinar prima che tutto
pagato ei m'abbia dell'offesa il fio.
Non vo' la figlia di costui. Foss'ella
pari a Minerva nell'ingegno, e il vanto
di beltà contendesse a Citerea,
non prenderolla in mia consorte io mai.
Serbila ad altro Acheo che al grand'Atride
ne rapîr le tenèbre invidiose,
che inopportune sul cruento lido
salvâr le navi e i paurosi Achei.
Obbediamo alle negre ombre nemiche,
apparecchiam le cene. Ognun dal temo
sciolga i cavalli, e liberal sia loro
di largo cibo. Di voi parte intanto
alla città si affretti, e pingui agnelle
e giovenchi n'adduca, e di Lïeo
e di Cerere il frutto almo e gradito.
Sian di secche boscaglie anco raccolte
abbondanti cataste, e si cosparga,
finché regna la notte e l'alba arriva,
tutto di fuochi il campo e il ciel di luce,
onde dell'ombre nel silenzio i Greci
non prendano del mar su l'ampio dorso
taciturni la fuga; o i legni almeno
non salgano tranquilli, e la partenza
senza terror non sia; ma nell'imbarco
o di lancia piagato o di saetta
vada più d'uno alle paterne case
a curar la ferita, e rechi ai figli
l'orror de' Teucri, e così loro insegni
a non tentarli con funesta guerra.
Voi cari a Giove diligenti araldi,
per la città frattanto ite, e bandite
che i canuti vegliardi, e i giovinetti
a cui le guance il primo pelo infiora,
custodiscan le mura in su gli spaldi
dagli Dei fabbricati. Entro le case
allumino gran fuoco anco le donne,
e stazïon vi sia di sentinelle,
onde, sendo noi lungi, ostile insidia
nell'inerme città non s'introduca.
Quanto or dico s'adémpia, e non fia vano,
magnanimi compagni, il mio consiglio.
Dirò dimani ciò che far ne resta.
Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni
avrem propizi, di cacciarne lungi
cotesti cani da funesto fato
qua su le prore addutti. Or per la notte
custodiamo noi stessi. Al primo raggio
del nuovo giorno in tutto punto armati
desteremo sul lido acre conflitto;
vedrem se Dïomede, questo forte
figliuolo di Tidèo, respingerammi
dalle navi alle mura, o s'io coll'asta
saprò passargli il fianco, e via portarne
le sanguinose spoglie. Egli dimani
manifesto farà se sua prodezza
tal sia che possa di mia lancia il duro
assalto sostener. Ma se fallace
non è mia speme, ei giacerà tra' primi
spento con molti de' compagni intorno,
ei sì, dimani, all'apparir del Sole.
Così immortal foss'io, né mai vecchiezza
vïolasse i miei giorni, ed onorato
foss'io del par che Pallade ed Apollo,
come fatale ai Greci è il dì futuro.
Tal fu d'Ettorre il favellar superbo,
e gli fêr plauso i Teucri. Immantinente
sciolsero dal timone i polverosi
destrier sudati, e colle briglie al carro
gli annodò ciascheduno. Indi menaro
pecore e buoi dalla cittade in fretta.
Altri vien carco di nettareo vino,
altri di cibo cereale; ed altri
cataste aduna di virgulti e tronchi.
Rapìan l'odor delle vivande i venti
da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.
Ed essi gonfi di baldanza, e in torme
belliche assisi dispendean la notte,
tutta empiendo di fuochi la campagna.
Siccome quando in ciel tersa è la Luna,
e tremole e vezzose a lei dintorno
sfavillano le stelle, allor che l'aria
è senza vento, ed allo sguardo tutte
si scuoprono le torri e le foreste
e le cime de' monti; immenso e puro
l'etra si spande, gli astri tutti il volto
rivelano ridenti, e in cor ne gode
l'attonito pastor: tali al vederli,
e altrettanti apparìan de' Teucri i fuochi
tra le navi e del Xanto le correnti
sotto il muro di Troia. Erano mille
che di gran fiamma interrompeano il campo,
e cinquanta guerrieri a ciascheduno
sedeansi al lume delle vampe ardenti.
Presso i carri frattanto orzo ed avena
i cavalli pascevano, aspettando
che dal bel trono suo l'Alba sorgesse.

Libro Nono
Queste de' Teucri eran le veglie. Intanto
del gelido Terror negra compagna
la Fuga, dagli Dei ne' petti infusa,
l'achivo campo possedea. Percosso
da profonda tristezza era di tutti
i più forti lo spirto; e in quella guisa
che il pescoso Oceàno si rabbuffa,
di sonnifera morte entro vi pose,
il troiano e l'acheo. Le prese in mezzo,
le librò, sollevolle, e degli Achivi
il fato dechinò, che traboccando
percosse in terra, e balzò l'altro al cielo.
Tonò tremendo allor Giove dall'Ida,
e un infocato fulmine nel campo
avventò degli Achei, che stupefatti
a quella vista impallidîr di tema.
Né Idomenèo né il grande Agamennóne,
né gli Aiaci, ambedue lampi di Marte,
fermi al lor posto rimaner fur osi.
Solo il Gerenio, degli Achei tutela,
Nestore vi restò, ma suo mal grado
ché un destrier l'impedìa, cui di saetta
d'Elena bella l'avvenente drudo
nella fronte ferì laddove spunta
nel teschio de' cavalli il primo crine,
ed è letale il loco alle ferite.
Inalberossi il corridor trafitto,
ché nel cerèbro entrata era la freccia,
e dintorno alla rota per l'acuto
dolor si voltolando, in iscompiglio
mettea gli altri cavalli. Or mentre il vecchio
gli si fa sopra colla daga, e tenta
tagliarne le tirelle, ecco veloci
fra la calca e il ferir de' combattenti
sopraggiungere d'Ettore i destrieri,
superbi di portar sì grande auriga.
E qui perduta il veglio avrìa la vita,
se del rischio di lui non s'accorgea
l'invitto Dïomede. Un grido orrendo
di pugna eccitator mise l'eroe
alla volta d'Ulisse: Ah dove immemore
di tua stirpe divina, dove fuggi,
astuto figlio di Laerte, e volgi,
come un codardo della turba, il tergo?
Bada che alcun le fuggitive spalle
non ti giunga coll'asta. Agl'inimici
volta la fronte, ed a salvar vien meco
dal furor di quel fiero il vecchio amico.
Quelle grida non ode, e ratto in salvo
fugge Ulisse alle navi. Allor rimasto
solo il Tidìde, si sospinse in mezzo
ai guerrier della fronte, avanti al cocchio
di Nestore piantossi, e lui chiamando
veloci gli drizzò queste parole:
Troppo feroce gioventù nemica
ti sta contra, o buon vecchio, e infermi troppo
sono i tuoi polsi: hai grave d'anni il dorso,
hai debole l'auriga e i corridori.
Monta il mio cocchio, e la virtù vedrai
dei cavalli di Troe, che dianzi io tolsi
d'Anchise al figlio, a maraviglia sperti
a fuggir ratti in campo e ad inseguire.
Lascia cotesti agli scudieri in cura,
drizziam questi ne' Teucri, e vegga Ettorre
s'anco in mia man la lancia è furibonda.
Disse: né il veglio ricusò l'invito.
Di Stènelo e del buon Eurimedonte,
valorosi scudieri, egli al governo
cesse le sue puledre, e tosto il cocchio
del Tidìde salito, in man si tolse
le bellissime briglie, e col flagello
i corsieri percosse. In un baleno
giunser d'Ettore a fronte, che diritto
lor d'incontro venìa con gran tempesta.
Trasse la lancia Dïomede, e il colpo
errò; ma su le poppe in mezzo al petto
colpì l'auriga Enïopèo, figliuolo
dell'inclito Tebèo. Cade il trafitto
giù tra le rote colle briglie in pugno:
s'arretrano i destrieri, e in quello stato
perde ogni forza l'infelice, e spira.
Del morto auriga addolorossi Ettorre,
e mesto di lasciar quivi il compagno
nella polve disteso, un altro audace
alla guida del carro iva cercando:
né di rettor gran tempo ebber bisogno
i suoi destrieri, ché gli occorse all'uopo
l'animoso Archepòlemo d'Ifito,
cui sul carro montar fa senza indugio,
e gli abbandona nella man le briglie.
Immensa strage allora e fatti orrendi
fôran d'arme seguìti, e come agnelli
stati in Ilio sarìan racchiusi i Teucri,
se de' Celesti il padre e de' mortali
tosto di ciò non s'accorgea. Tonando
con gran fragore un fulmine rovente
vibrò nel campo il nume, e il fece in terra
guizzar di Dïomede innanzi al cocchio:
e subita n'uscìa d'ardente zolfo
una terribil vampa. Spaventati
costernansi i destrier, scappan di mano
a Nestore le briglie; onde al Tidìde
rivoltosi tremante; Ah piega, ei grida,
piega indietro i cavalli, o Dïomede,
fuggiam: nol vedi? contro noi combatte
Giove irato, e a costui tutto dar vuole
di presente l'onor della battaglia.
l'offerta accetti, né la stessa pure
rapita donna. Ai Dardani sovrasta,
un fanciullo il vedrìa, l'esizio estremo.
Plausero tutti al suo parlar gli Achivi
con alte grida, e n'ammiraro il senno.
Indi vòlto all'araldo il grande Atride:
Idèo, diss'egli, per te stesso udisti
degli Achei la risposta, e in un la mia.
Quanto agli estinti, di buon grado assento
che siano incesi; ché non dêssi avaro
esser di rogo a chi di vita è privo,
né porre indugio a consolarne l'ombra
coll'officio pietoso. Il fulminante
sposo di Giuno il nostro giuro ascolti.
Così dicendo alzò lo scettro al cielo,
e l'araldo tornossi entro la sacra
cittade ai Teucri, già del suo ritorno
impazïenti e in pien consesso accolti.
Giunse, e intromesso la risposta espose.
Si sparsero allor ratti, altri al carreggio
de' cadaveri intenti, altri al funèbre
taglio de' boschi. Dall'opposta parte
un cuor medesmo, una medesma cura
occupava gli Achivi. E già dal queto
grembo del mare al ciel montando il sole
co' rugiadosi lucidi suoi strali
le campagne ferìa, quando nell'atra
pianura si scontrâr Teucri ed Achei
ognuno in cerca de' suoi morti, a tale
dal sangue sfigurati e dalla polve,
che mal se ne potea, senza lavarli,
ravvisar le sembianze. Alfin trovati
e conosciuti li ponean su i mesti
plaustri piangendo. Ma di Priamo il senno
non consentìa del pianto a' suoi lo sfogo:
quindi afflitti, ma muti, al rogo i Teucri
diero a mucchi le salme; ed arse tutte,
col cuor serrato alla città tornaro.
D'un medesmo dolor rotti gli Achei
i lor morti ammassâr sovra la pira,
e come gli ebbe la funerea fiamma
consumati, del mar preser la via.
Non biancheggiava ancor l'alba novella,
ma il barlume soltanto antelucano,
quando d'Achei dintorno all'alto rogo
scelto stuolo affollossi. E primamente
alzâr dappresso a quello una comune
tomba agli estinti, ed alla tomba accanto
una muraglia a edificar si diero
d'alti torrazzi ghirlandata, a schermo
delle navi e di sé: porte vi fêro
di salda imposta, e di gran varco al volo
de' bellicosi cocchi: indi lunghesso
l'esterno muro una profonda e vasta
fossa scavâr di pali irta e gremita.
Degli Achei la stupenda opra tal era.
La contemplâr maravigliando i numi
seduti intorno al Dio de' tuoni, e irato
sì prese a dir l'Enosigèo Nettunno:
Giove padre, chi fia più tra' mortali,
che gl'Immortali in avvenir consulti,
e n'implori il favor? Vedi tu quale
e quanto muro gli orgogliosi Achei
innanti alle lor navi abbian costrutto
e circondato d'un'immensa fossa
senza offerir solenni ostie agli Dei?
Di cotant'opra andrà certo la fama
ovunque giunge la divina luce,
e il grido morirà delle sacrate
mura che al re Laomedonte un tempo
intorno ad Ilïone Apollo ed io
edificammo con assai fatica.
Che dicesti? sdegnoso gli rispose
l'adunator de' numbi: altro qualunque
Iddio di forza a te minor potrebbe
di questo paventar. Ma del possente
Enosigèo la gloria al par dell'almo
raggio del sole splenderà per tutto.
Or ben: sì tosto che gli Achei faranno
veleggiando ritorno al patrio lido,
e tu quel muro abbatti e tutto quanto
sprofondalo nel mare, e d'alta arena
coprilo sì che ogni orma ne svanisca.
In questo favellar l'astro s'estinse
del giorno, e l'opra degli Achei fu piena.
Della se